TORNA L’ADORATO..MALAPARTE CHE HA ACCOMPAGNATO LE MIE VACANZE NEGLI ANNI CON I SUOI LIBRI. ANDAVO A LEGGERLI SULLA BELLA VILLA DI ADALBERTO LIBERA, GRANDE ARCHITETTO NEL MARE PIU’ BELLO DEL MONDO CON VISTA SUI FARAGLIONI. ANCHE NUREYEV CI ANDO’… DEL MONDO,
Ci è’ voluto un secolo di distanza, per sentire parlare di Curzio Malaparte …Passigli ripubblica Italia barbara (162 pagine, 17,50 euro), di Curzio Malaparte, all’epoca uscito per le edizioni Gobetti, quel Piero Gobetti fiero oppositore del fascismo, grande uomo (qui ci vuole una mente culturalmente e politicamente aperta per capire) e però amico-avversario dello scrittore pratese, “la più bella penna del fascismo” a suo parere. Questa nuova edizione, arricchita di una puntuale quanto corposa prefazione di Francesco Perfetti, avviene praticamente a cavallo con un altro anniversario, più
importante per il suo valore testimoniale e umano vale a dire la morte nel 1926 di Gobetti stesso, per i postumi di un’aggressione squadrista di poco tempo prima e esule a Parigi, dove intendeva continuare la sua attività editoriale. Va ricordato che Malaparte nacque il 1898 e mori’ nel 1957….
Bene, dunque, perche Perfetti ha incentrato la sua prefazione sul rapporto intellettuale e di amicizia fra i due scrittori, ancorandola fin dove è possibile, al clima e alla situazione dell’epoca, nonché alla personalità di due talenti poco più che ventenni: nel 1925, Malaparte ne aveva ventisette, aveva alle spalle Viva Caporetto e L’Europa vivente, dirigeva la rivista La conquista della Stato, dove pretendeva di insegnare a Mussolini cosa fosse il fascismo…Gobetti ne aveva ventiquattro, aveva fondato e diretto un trittico di riviste, Energie nove, Il Baretti e La rivoluzione liberale, nonché un saggio che con questo titolo recuperava e ampliava una serie di saggi lì apparsi, scriveva di teatro e di letteratura russa, era il più tenace oppositore del fascismo…
A distanza di un secolo, la figura di Gobetti risplende giustamente della luce di una intransigenza che fu politica e morale, nonché di un’attività culturale di vero e proprio enfant prodige, ma che ha però finito con il lasciare nell’ombra alcuni non secondari errori di giudizio ideologico-politico: Torino e la sua classe operaia scambiati per fenomeno rivoluzionario e quest’ultima perfino “nuova classe dirigente che avrebbe assorbito nell’ordine nuovo la borghesia”, laddove erano un fatto provinciale e circoscritto, sgonfiatosi all’indomani della sua nascita; l’idea che il fascismo si sarebbe risolto “in un pacifismo imbelle e astensionista”…Anche la bella definizione di quest’ultimo come “autobiografia della nazione”, sottoposta a un esame ravvicinato suona a vuoto: davvero l’Italia della destra storica, di de Pretis, di Giolitti era la stessa Italia di Mussolini, davvero gli italiani vi si erano potuti rispecchiare allo stesso modo?
Su Malaparte invece il giudizio è più inclemente. Non sullo scrittore, che è ormai risultato essere l’unico scrittore italiano veramente europeo della sua prima metà del secolo, ma sull’uomo. Ancora oggi, non c’è intellettuale italiano contemporaneo più o meno ciarlatano e abituato alle comode pantofole della libertà di stampa e della democrazia liberale che non si alzi dalla sua perenna poltrona e punti l’indice contro la “coda di paglia” dell’autore di La pelle, senza accorgersi della più gigantesca “coda di paglia” della classe dei colti italiana nel suo complesso durante il Ventennio fascista e trasmigrata senza colpo ferire nel successivo e raddoppiato quarantennio antifascista. E varrà la pena di notare che in fondo Malaparte diede al fascismo, in termine di stile e di idee, molto più di quanto non ricevesse come onori e prebende, finì in carcere e al confino, difese con forza e spesso in solitudine la sua condizione d’artista e non vi abdicò mai.
Quanto sopra per dire che i giudizi sul rapporto all’epoca fra due scrittori così simili pur nella loro profonda diversità, sono spesso il frutto di una lettura successiva e sovrapposta rispetto a quelle che erano sensibilità, stati d’animo, curiosità, scambio intellettuale, reciproca accettazione. Varrà la pena anche osservare che il populismo malapartiano, che in Italia barbara ha una sua pittoresca rappresentazione, e il liberalismo, per così dire, eccentrico di Gobetti nascevano da un condiviso revisionismo del Risorgimento, inteso come rivoluzione tradita, fenomeno diplomatico-dinastico-militare, senza partecipazione popolare, divergendo sostanzialmente però nelle conclusioni da trarre, modernizzatrici per il secondo, un ritorno alle origini per il primo, una scommessa utopica sul futuro contrapposta al recupero mitizzato del passato.
Che l’antimodernismo malapartaino finisse sconfitto nell’Italia fascista ma modernizzatrice, è un dato di fatto. Così come risulta evidente che il gobettismo-azionismo, la cosiddetta ideologia piemontese risulterà vincente nel secondo dopoguerra, con le sue continue rampogne, che giungono sino ai nostri giorni, contro un’”Italia alle vongole” provinciale, arretrata, clientelare, priva del senso dello Stato… Se però si va oltre gli stereotipi, si fa fatica a vedere ancora tracce di una Vandea rurale da spazzare via nel nome di un progresso che avanza. Siamo il Paese con il livello di natalità più basso d’Europa, dove lo scempio e le deturpazioni del paesaggio si sono abbattute con furia iconoclasta e nel segno del progresso; dove i centri urbani favoriscono l’espulsione dei ceti più popolari; dove l’associazionismo religioso tocca appena il tre per cento e il processo di secolarizzazione è vistosissimo; dove le mode e i modelli attecchiscono con una rapidità impressionante; dove la pornografia viene esibita ormai distrattamente e ogni diritto rivendicato come dovuto…L’impressione è insomma che tutto ciò sia soprattutto il risultato della fiducia illimitata in quel progresso materiale ritenuto capace di neutralizzare le storture dell’orientamento civile e proprio delle nostre classi dirigenti succedutesi nell’ultimo settantennio. Se così è, l’azionismo di matrice gobettiana si è rivelato altrettanto illusorio, quanto a risultati, della barbarie malapartiana, che pure continua, come una sorta di fiume carsico, a manifestarsi in una certa idea astorica dell’Italia, quella che ne ha permesso la sopravvivenza fra Medio Evo, Rinascimento ed età barocca, e poi per tutto il Settecento, l’idea di una nazione senza Stato, di italiani già esistenti e che non avevano nessun bisogno “d’esser fatti” secondo l’apocrifa formula d’azegliana e risorgimentale, “una certa idea dell’Italia”, insomma, di cui Malaparte, con lo stile che gli era proprio diede in quel saggio consistenza e dignità. E nella sua stroncatura di presentazione, Gobetti aveva perfettamente ragione: “Gli spiriti bizzarri amo lasciarli sbizzarrire e anche della loro faziosa toscana letteratura, quando è letteratura, applaudire. Sono oppositore: né melanconico, né pedante. Mi piace essere settario-intransigente, non settario-filisteo”. Se si getta un occhio sulle polemiche ideologico-politico-letterarie odierne, viene da piangere. Ma la sinitra ormai è incancrenita e incapace di fare cultura e politica, di andare oltre..Che bei tempi quelli di Berlinguer…








