CAPRI TRA MALAPARTE, MORAVIA, BARDOT, J.KENNEDY, ONASSIS, LA CALLAS…UN LIBRO VI STUPIRA’

La nostra bella Capri, l’isola degli Dei, oggi presa d’assanto da migliaia di turisti a seguito di torpedoni assurdi….la mia Capri, quella dei Festival leterari, della pace tra Casa Jovis, la lunga e stretta via che unisce Capri con Anacapri,Casa Krup, il re dell’acciaio tedesco,  la Conghiglia, gallerai d’arte e libreria, i bagni di Luigi con le sue barche meravigliose che ti portano a fare i bagni a Villa  dell’architetto Libera di Malaparte, una favola di architettura “razionale”, è dir poco, con i suoi mile scalini la terrazza al posto del tetto la Grotta Azzurra e i Faraglioni che ti guardamo….La prefigurazione di ciò che sarebbe divenuta Capri è tutta in un racconto che H. G. Wells, l’autore di La macchina del tempo, scrisse un secolo fa. A Dream of Armageddon si intitola, e Capri è già “un immenso albergo”, “città del piacere è il suo nome, e tutti vi accorrono in fuga dalla guerra che intanto è scoppiata. Ci si arriva su macchine volanti, ci sono le scale mobili, ci si illude di sfuggire a una catastrofe epocale…L’edicola della piazzetta ormai è poco presa da assalto, qualche locale, o qualche albergo acquista per fornire un servizio in piu ai costosi alberghi…

Nonostante gli esteti, gli intellettuali, i vanesi, i gaudenti, i “diversi” e gli indifferenti, nella sterminata produzione letteraria che riguarda quest’isola, i libri che vale la pena di leggere non sono più di due o tre: Vento del Sud e Terra delle Sirene di Norman Douglas, Aria di Capri di Edwin Cerio, ma comunque facendosi largo fra molta erudizione, troppe fissazioni, abbastanza retorica. Non c’è per Capri un’Isola d’Arturo come è stato per Procida grazie a Elsa Morante, e il romanzo 1934 di quello che fu suo marito, Alberto Moravia, risulta al confronto avvilente. E come se l’unico linguaggio adatto all’isola fosse quello architettonico: dalla Villa Jovis di Tiberio alla Villa Lysis di Fersen, a Villa San Michele di Munthe, a Villa Malaparte è la pietra a scrivere le pagine più belle, l’incredibile rapporto fra sogno realizzato e natura.

Fersen è uno di quei dandies su cui si appuntano le ironie dei letterati duri e puri. Era un poeta mediocre, un cattivo romanziere, ma ciò che resta della sua utopia pagana, rovine di marmo e di sassi, vale più dei versi e dei romanzi che non riuscì a scrivere, illustrazione perfetta e allucinata di un credo esistenziale. Morì suicida a poco più di quarant’anni, come del resto Norman Douglas, epicurei e insieme stoici. In un modo o nell’altro erano tutti nemici del Progresso, in quanto per loro utilità e bellezza non potevano incontrarsi. Diceva Douglas che “il progresso subordina, la civiltà coordina. L’individuo emerge nella civiltà. Nel progresso è sommerso”. Con i suoi sentieri aspri, le sue discese ripide, le rocce e le rupi, Capri ha dalla sua una difficoltà che sulla terraferma le risparmia lo scempio che sul mare deve sopportare fra luglio e agosto. Prima e dopo è ancora il tempo a farla da padrone, ovvero quell’elemento che la civiltà contempla e favorisce e il progresso teme e quindi sfugge. Prima e dopo c’è ancora modo di accarezzare quell’”armonia perduta” di cui Raffaele La Capria resta uno dei più struggenti testimoni e che d’improvviso ricompare e ti avvolge in una nuotata solitaria, un bagno di luce, un’alba che illumina il mare. Prima e dopo, c’è ancora spazio per i silenzi, gli stupori e gli amori. Perché poi la volgarità nasce proprio da questo, dall’incapacità di accettare la lentezza, avendo perso il perché delle sue ragioni.

Le pietre, dunque, le case, dunque. Villa Carù è l’ultima costruzione sulla sinistra per chi percorra il viottolo che dal Pizzo Lungo porta all’Arco Naturale. Oggi è di una società milanese, ma nacque come dimora dell’ambasciatore Guglielmo Rulli, che aveva acquistato il terreno da Curzio Malaparte, suo buon amico. Al poeta Ungaretti, che ne fu ospite sul finire della Seconda guerra mondiale, apparve “una casa costruita dentro una zona diseredata dell’isola, dove è scabroso andarci e, direi, quasi impossibile abitarci”. Quindici anni dopo, come smentirlo, Lamberti Sorrentino ne fece la casa della vita e la battezzò Noa-Noa, come il quadro di Gauguin. Sorrentino è un giornalista che nessuno o quasi ricorda più, ed è un peccato. Era nato al giro di boa fra Ottocento e Novecento, e del nuovo secolo non si era perso nulla: “ardito” nella Grande guerra, poi con d’Annunzio a Fiume, negli anni Venti in Brasile era scampato a una condanna a morte per aver partecipato alla rivoluzione cruenta dei Tenentes; negli anni Trenta aveva “coperto” la guerra di Spagna e la campagna d’Etiopia, per poi finire sul fronte russo della Seconda guerra mondiale. Gli anni cinquanta lo vedranno in Ungheria, arrestato dai russi durante la repressione sovietica del’56…Definì Noa-Noa “la scialuppa di salvataggio della mia vita”: passava la mattina nuotando, il pomeriggio leggendo, la sera ricevendo, ebbe tre mogli, l’ultima, un’americana, che quando lo sposò, superati i settant’anni, non ne aveva nemmeno trenta e gli diede un figlio, Manfredi. “Capri mi restituisce il mio passato. Qui non si possono raccontare bugie né a sé né agli altri. La natura dell’isola ti disarma”.

Cave hominem , attenti all’uomo, è la targa che ancora oggi ammonisce chi sta per entrare a Villa Cercola. Fra le due guerre ospitò lo scrittore William Somerset Maugham e due suoi amici inglesi: dopo lo scandalo Wilde, Londra per loro non era più salubre. Uno di essi, John Ellingham Brooks, aveva sposato anni prima Beatrice Romaine Goddard, pittrice, ereditiera, lesbica. Il matrimonio, ovviamente, non durò, Romaine liquidò economicamente il marito, si installò a Villa Cercola, ne fece il suo atelier, fu ribattezzata “Cinerina” da d’Annunzio, ebbe come amanti Ida Rubinstein e Natalie Barney Clifford, scrisse un’autobiografia e la intitolò No Pleasant Memories (Nessun dolce ricordo).

Villa Ceselle, che oggi è un albergo, ospitò alla fine degli anni Venti Alberto Moravia. “Capri non è davvero fatta per lavorare e per questo non vedo lora di andarmene” scrisse allora a un amico. Poi però ci ritornò, e per di più di vent’anni. “E’ uno dei ricordi più belli della mia vita. Elsa e io facevamo delle eccentricità del tipo caprese. Elsa aveva un gatto siamese al guinzaglio ed io camminavo con un gufo sulle spalle.”. Gli indifferenti.

Caprée si intitola il poéme che, adolescente e senza mai esserci stata, Marguerite Yourcenar dedicherà a quest’isola, sognata senza averla mia vista. Nella seconda metà degli anni Trenta, vi affitterà una casa, la Casarella, lungo la strada che porta a Villa Jovis e a Villa Fersen, il buen retiro di Tiberio la prima, il regno incantato di Jacques Fersen, la seconda. E’ qui che scriverà Il colpo di grazia, romanzo in cui gli affanni del sesso e del cuore si incarnano in una storia di cameratismo militare, passione rifiutata e/o repressa, morte violenta. Era assurdamente innamorata, Marguerite, del più giovane e affascinante André Fraigneau, omosessuale “virile” e superbo scrittore, ma si sentiva anche fortemente attratta da Grace Frick, la donna con la quale poi sceglierà di dividere la sua vita. Fraigneau in Italia è totalmente sconosciuto, ed è un peccato.

Nella sua Guida inutile di Capri, Edwin Cerio consiglia ironicamente “il paesaggio che si scopre dopo Capo Malaparte, dove abita il signor Massullo”. L’identificazione fra lo scrittore e la sua creazione fu totale fin dall’inizio, ma i capresi vissero sempre l’una e l’altra come un corpo estraneo. Comprato il terreno nel 1938, alla fine del ‘42 la casa è come la vediamo adesso. Solo il colore è diverso, bianco dopo un primo esperimento di rosso. Ma il rosso ritorna e si impone, definitivamente a partire dal 1945. Fra i motivi di questa scelta c’è la suggestione di un brano del Breviario di Capri di Amedeo Maiuri, ma c’è anche e soprattutto il rimando cromatico a un’edilizia pubblica e privata che incarna una dimensione estetica e ideologica: è il rosso cupo delle case del Fascio e del Foro Mussolini, che è a sua volta  il rosso cupo della romanità, delle ville di Pompei, degli affreschi e delle decorazioni, è il color terra di Siena dell’Italia barbara e premoderna, ovvero l’altra modernità, il tentativo di adattare alla tradizione il linguaggio giusto che non  la neghi né la ripeta stancamente. Scegliendo quella roccia e costruendo quella casa Malaparte elabora visivamente ciò che era andato esponendo in vent’anni di impegno letterario, il richiamo a valori forti e ancestrali, il rifiuto delle mode straniere, la ricerca di una terza via fra liberalismo e marxismo, la rivoluzione non come restaurazione o tabula rasa, ma recupero di una visione del mondo e la sua attualizzazione, il sogno di un fascismo immenso e rosso che sarebbe potuto essere e non  fu…”Il ‘mio’ fascismo me lo sono creato io” scriverà a Piero Gobetti ancora nel 1924. Vent’anni dopo, nella prefazione di Fughe in prigione, confesserà: “Vivo in un’sola, in una casa triste, dura, severa che mi sono costruita da me, solitaria sopra uno scoglio a picco sul mare: una casa che è lo spettro, l’immagine segreta della prigione. L’immagine della mia nostalgia”. Non è solo la reminiscenza della galera e del confino, il dramma di una libertà perduta e poi riacquistata, comunque minacciata. Quella nostalgia è qualcosa in più, investe ciò che ha creduto e per cui si è battuto. Come “un uccello che avesse ingoiato la propria gabbia”, la casa testimonia la sconfitta di un’idea e ciononostante la sua fedele riaffermazione.

Quando finirà a Capri o altre la barbarie della folla annaspante con il panino al sacco che riempio l’isola piu’ benna del momdo una pattumiera a cielo aperto? Colpa della globalizzazione?!


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