MONT CASTEL E LA TANGERI CHE HO AMATO TANTO QUELLA DEL LIBRO DI PEREZ REVERTE

Arturo-Pérez-Reverte-para-Jot-DownTangeri l’ho vissuta dieci anni fa e forse piu’…l’ho amata..era ancora distrutta…ma tanto quella che Reverte parla nel suo libro…La Tangeri del 1937 è un nido di spie, di traffici e di intrighi. Gode di uno statuto internazionale, garantitogli dalle potenze europee del tempo, della popolazione indigena si occupa il Mendub, il rappresentante del sultano del Marocco, e che però ha un consigliere francese…Proprio la Francia ha per Tangeri un occhio di riguardo: quella costa africana la giudica cosa sua; ma uno occhio di riguardo ce l’ha anche l’Inghilterra, non fosse altro perché sulla sponda opposta c’è Gibilterra, suo enclave in territorio spagnolo…Quanto alla Spagna, memorie di conquiste e di sconfitte fanno dei “mori” un’appendice nazionale e quindi è tutto un reciproco pestarsi i piedi dietro diplomatici sorrisi, tramare facendo finta di acconsentire. Ad aggiungere confusione e tensione c’è poi il fatto che in quell’anno di Spagne ce ne sono due, quella legittima repubblicana, quella nazionalista che le si è ribellata contro, e che proprio dal Marocco spagnolo ha preso il via. La prima, che gode dell’appoggio sovietico, ha deciso di far custodire a Mosca le sue riserve aurifere, l’oro del Banco de Espana, a garanzia e in cambio dell’aiuto bellico e per evitare, in caso di sconfitta, che cadano nelle mani del nemico. Fra le varie strade scelte, la più battuta è quella marittima, Odessa e il Mar Nero come scalo finale. Sono molte le navi, russe e spagnole, impegnate in tal senso, e fra queste una, il mercantile Mount Castle, con 30.649 chili d’oro nella stiva, proprio a Tangeri ha cercato rifugio. In navigazione era scortata da un cacciatorpediniere della marina repubblicana, il Lepanto, ma con lo scoppio della guerra civile, nel nome dell’eguaglianza marinai e fuochisti “proletari” hanno preso a massacrare i loro ufficiali “capitalisti” per promuoversi a comandanti, il che non ha giovato sul piano dell’efficienza bellica. Al primo scontro in ARTURO-PEREZ-REVERTEmare aperto, il Lepanto ha sparato un paio di colpi e poi ha battuto in ritirata, e il Mount Castle, rimasto solo e braccato sempre più da vicino ha finito per infilare il porto di Tangeri per respirare un po’. Qui, a ruota,  è entrato però anche il Martin Alvarez, il cacciatorpediniere nazionalista che lo inseguiva, e così adesso sono alla fonda l’uno vicino all’altro, vigilati e separati dalla locale polizia militare, e con le due Spagne che diplomaticamente si danno battaglia davanti ai garanti dello Statuto internazionale: deve poter restare in porto o gli deve essere garantita una scorta in navigazione s’indigna la prima; si deve arrendere lì oppure tornare da sola in matANGERIimagesre e scegliere  fra ancora  la resa o l’essere colata a picco, sbraita la seconda.

La Tangeri del 1937 è un nido di spie, di traffici e di intrighi. Gode di uno statuto internazionale, garantitogli dalle potenze europee del tempo, della popolazione indigena si occupa il Mendub, il rappresentante del sultano del Marocco, e che però ha un consigliere francese…Proprio la Francia ha per Tangeri un occhio di riguardo: quella costa africana la giudica cosa sua; ma uno occhio di riguardo ce l’ha anche l’Inghilterra, non fosse altro perché sulla sponda opposta c’è Gibilterra, suo enclave in territorio spagnolo…Quanto alla Spagna, memorie di conquiste e di sconfitte fanno dei “mori” un’appendice nazionale e quindi è tutto un reciproco pestarsi i piedi dietro diplomatici sorrisi, tramare facendo finta di acconsentire. Ad aggiungere confusione e tensione c’è poi il fatto che in quell’anno di Spagne ce ne sono due, quella legittima repubblicana, quella nazionalista che le si è ribellata contro, e che proprio dal Marocco spagnolo ha preso il via. La prima, che gode dell’appoggio sovietico, ha deciso di far custodire a Mosca le sue riserve aurifere, l’oro del Banco de Espa^na, a garanzia e in cambio dell’aiuto bellico e per evitare, in caso di sconfitta, che cadano nelle mani del nemico. Fra le varie strade scelte, la più battuta è quella marittima, Odessa e il Mar Nero come scalo finale. Sono molte le navi, russe e spagnole, impegnate in tal senso, e fra queste una, il mercantile Mount Castle, con 30.649 chili d’oro nella stiva, proprio a Tangeri ha cercato rifugio. In navigazione era scortata da un cacciatorpediniere della marina repubblicana, il Lepanto, ma con lo scoppio della guerra civile, nel nome dell’eguaglianza marinai e fuochisti “proletari” hanno preso a massacrare i loro ufficiali “capitalisti” per promuoversi a comandanti, il che non ha giovato sul piano dell’efficienza bellica. Al primo scontro in mare aperto, il Lepanto ha sparato un paio di colpi e poi ha battuto in ritirata, e il Mount Castle, rimasto solo e braccato sempre più da vicino ha finito per infilare il porto di Tangeri per respirare un po’. Qui, a ruota,  è entrato però anche il Martin Alvarez, il cacciatorpediniere nazionalista che lo inseguiva, e così adesso sono alla fonda l’uno vicino all’altro, vigilati e separati dalla locale polizia militare, e con le due Spagne che diplomaticamente si danno battaglia davanti ai garanti dello Statuto internazionale: deve poter restare in porto o gli deve essere garantita una scorta in navigazione s’indigna la prima; si deve arrendere lì oppure tornare da sola in mare e scegliere  fra ancora  la resa o l’essere colata a picco, sbraita la seconda.

En attendant, il governo nazionalista ha inviato sul posto un proprio agente, Lorenzo Falcò: corrompere il capitano del Mount Castle, favorire un ammutinamento dell’ equipaggio, impadronirsi nottetempo con un colpo di mano della nave e del suo carico, queste le possibili ipotesi da verificare sul campo.

Lorenzo Falcò è il nome di fantasia che Arturo Pérez Reverte ha dato al protagonista di L’ultima carta è la morte (Rizzoli, traduzione di Bruno Arpaia, 377 pagine, 20 euro), seconda puntata di una serie (la prima aveva per titolo Il codice dello scorpione) che si prevede lunga e fortunata quanto quella incentrata sul capitano di ventura Alatriste.

Se il raggio d’azione di quest’ultimo era la Spagna seicentesca del Siglo de Oro, ricostruita da Reverte con storica accuratezza, quella di Falcò riguarda dunque gli anni Trenta del Novecento dove la Spagna è l’antipasto di ciò che la Seconda guerra mondiale si incaricherà di mettere in tavola, il sanguinoso banchetto cui partecipa il Vecchio continente e non solo. Sono i tempi di ferro delle dittature, delle ideologie, delle democrazie disposte a tutto pur di non soccombere…Tempi in cui il confine fra eroismo e opportunismo si fa sottile e quello fra bene e male non è sempre certo.

Proprio perché potenzialmente tutti tradiscono tutti, il codice a cui Falcò si ispira è quello solitario di chi fa dell’incertezza la sua unica ragione di vita. E’ un antieroe Falcò, uno che non ha nobili motivi per cui combattere, né una visione del mondo particolarmente elaborata, frutto di riflessioni e di letture: “Hai mai letto Schiller?” “Non so chi diavolo sia…Un musicista?”. Sotto questo aspetto è un teorico dell’esteriorità, un esteta delle sensazioni, e che a produrle sia un caldo corpo femminile o il freddo metallo di un revolver, il piacere è lo stesso. Soprattutto però, ciò che lo rende interessante è proprio il fattore umano, per dirla alla Graham Greene, quel qualcosa che sfugge ai giuramenti politici come alle fedi ideologiche, un’etica del tutto individuale e quindi spiazzante. E’ ciò che impedisce al Falcò di Pérez Reverte di essere un puro e semplice killer a pagamento, così come una figura moralmente ambigua quanto ricattabile. Il dargli come sfondo storico quegli anni Trenta prima ricordati, lo carica inoltre della seduzione di quella che è stata forse l’ultima epoca dove gli stili, le mode e i modi di comportarsi, i luoghi, le frequentazioni e l’educazione ricevuta formassero un’estetica del vivere compiuta e appagata, un’idea di civiltà con cui tenere ancora a bada la barbarie di massa che avrebbe poi finito con il travolgerla. Come per il Talleyrand che rimpiangeva la Francia prima della Rivoluzione, anche in Pérez Reverte c’è il rimpianto di un’Europa mai così affascinante come quando sta per suicidarsi.

La Tangeri del 1937 è un nido di spie, di traffici e di intrighi. Gode di uno statuto internazionale, garantitogli dalle potenze europee del tempo, della popolazione indigena si occupa il Mendub, il rappresentante del sultano del Marocco, e che però ha un consigliere francese…Proprio la Francia ha per Tangeri un occhio di riguardo: quella costa africana la giudica cosa sua; ma uno occhio di riguardo ce l’ha anche l’Inghilterra, non fosse altro perché sulla sponda opposta c’è Gibilterra, suo enclave in territorio spagnolo…Quanto alla Spagna, memorie di conquiste e di sconfitte fanno dei “mori” un’appendice nazionale e quindi è tutto un reciproco pestarsi i piedi dietro diplomatici sorrisi, tramare facendo finta di acconsentire. Ad aggiungere confusione e tensione c’è poi il fatto che in quell’anno di Spagne ce ne sono due, quella legittima repubblicana, quella nazionalista che le si è ribellata contro, e che proprio dal Marocco spagnolo ha preso il via. La prima, che gode dell’appoggio sovietico, ha deciso di far custodire a Mosca le sue riserve aurifere, l’oro del Banco de Espa^na, a garanzia e in cambio dell’aiuto bellico e per evitare, in caso di sconfitta, che cadano nelle mani del nemico. Fra le varie strade scelte, la più battuta è quella marittima, Odessa e il Mar Nero come scalo finale. Sono molte le navi, russe e spagnole, impegnate in tal senso, e fra queste una, il mercantile Mount Castle, con 30.649 chili d’oro nella stiva, proprio a Tangeri ha cercato rifugio. In navigazione era scortata da un cacciatorpediniere della marina repubblicana, il Lepanto, ma con lo scoppio della guerra civile, nel nome dell’eguaglianza marinai e fuochisti “proletari” hanno preso a massacrare i loro ufficiali “capitalisti” per promuoversi a comandanti, il che non ha giovato sul piano dell’efficienza bellica. Al primo scontro in mare aperto, il Lepanto ha sparato un paio di colpi e poi ha battuto in ritirata, e il Mount Castle, rimasto solo e braccato sempre più da vicino ha finito per infilare il porto di Tangeri per respirare un po’. Qui, a ruota,  è entrato però anche il Martin Alvarez, il cacciatorpediniere nazionalista che lo inseguiva, e così adesso sono alla fonda l’uno vicino all’altro, vigilati e separati dalla locale polizia militare, e con le due Spagne che diplomaticamente si danno battaglia davanti ai garanti dello Statuto internazionale: deve poter restare in porto o gli deve essere garantita una scorta in navigazione s’indigna la prima; si deve arrendere lì oppure tornare da sola in mare e scegliere  fra ancora  la resa o l’essere colata a picco, sbraita la seconda.

En attendant, il governo nazionalista ha inviato sul posto un proprio agente, Lorenzo Falcò: corrompere il capitano del Mount Castle, favorire un ammutinamento dell’ equipaggio, impadronirsi nottetempo con un colpo di mano della nave e del suo carico, queste le possibili ipotesi da verificare sul campo.

Lorenzo Falcò è il nome di fantasia che Arturo Pérez Reverte ha dato al protagonista di L’ultima carta è la morte (Rizzoli, traduzione di Bruno Arpaia, 377 pagine, 20 euro), seconda puntata di una serie (la prima aveva per titolo Il codice dello scorpione) che si prevede lunga e fortunata quanto quella incentrata sul capitano di ventura Alatriste.

Se il raggio d’azione di quest’ultimo era la Spagna seicentesca del Siglo de Oro, ricostruita da Reverte con storica accuratezza, quella di Falcò riguarda dunque gli anni Trenta del Novecento dove la Spagna è l’antipasto di ciò che la Seconda guerra mondiale si incaricherà di mettere in tavola, il sanguinoso banchetto cui partecipa il Vecchio continente e non solo. Sono i tempi di ferro delle dittature, delle ideologie, delle democrazie disposte a tutto pur di non soccombere…Tempi in cui il confine fra eroismo e opportunismo si fa sottile e quello fra bene e male non è sempre certo.

Proprio perché potenzialmente tutti tradiscono tutti, il codice a cui Falcò si ispira è quello solitario di chi fa dell’incertezza la sua unica ragione di vita. E’ un antieroe Falcò, uno che non ha nobili motivi per cui combattere, né una visione del mondo particolarmente elaborata, frutto di riflessioni e di letture: “Hai mai letto Schiller?” “Non so chi diavolo sia…Un musicista?”. Sotto questo aspetto è un teorico dell’esteriorità, un esteta delle sensazioni, e che a produrle sia un caldo corpo femminile o il freddo metallo di un revolver, il piacere è lo stesso. Soprattutto però, ciò che lo rende interessante è proprio il fattore umano, per dirla alla Graham Greene, quel qualcosa che sfugge ai giuramenti politici come alle fedi ideologiche, un’etica del tutto individuale e quindi spiazzante. E’ ciò che impedisce al Falcò di Pérez Reverte di essere un puro e semplice killer a pagamento, così come una figura moralmente ambigua quanto ricattabile. Il dargli come sfondo storico quegli anni Trenta prima ricordati, lo carica inoltre della seduzione di quella che è stata forse l’ultima epoca dove gli stili, le mode e i modi di comportarsi, i luoghi, le frequentazioni e l’educazione ricevuta formassero un’estetica del vivere compiuta e appagata, un’idea di civiltà con cui tenere ancora a bada la barbarie di massa che avrebbe poi finito con il travolgerla. Come per il Talleyrand che rimpiangeva la Francia prima della Rivoluzione, anche in Pérez Reverte c’è il rimpianto di un’Europa mai così affascinante come quando sta per suicidarsi.

En attendant, il governo nazionalista ha inviato sul posto un proprio agente, Lorenzo Falcò: corrompere il capitano del Mount Castle, favorire un ammutinamento dell’ equipaggio, impadronirsi nottetempo con un colpo di mano della nave e del suo carico, queste le possibili ipotesi da verificare sul campo.

Lorenzo Falcò è il nome di fantasia che Arturo Pérez Reverte ha dato al protagonista di L’ultima carta è la morte (Rizzoli, traduzione di Bruno Arpaia, 377 pagine, 20 euro), seconda puntata di una serie (la prima aveva per titolo Il codice dello scorpione) che si prevede lunga e fortunata quanto quella incentrata sul capitano di ventura Alatriste.

Se il raggio d’azione di quest’ultimo era la Spagna seicentesca del Siglo de Oro, ricostruita da Reverte con storica accuratezza, quella di Falcò riguarda dunque gli anni Trenta del Novecento dove la Spagna è l’antipasto di ciò che la Seconda guerra mondiale si incaricherà di mettere in tavola, il sanguinoso banchetto cui partecipa il Vecchio continente e non solo. Sono i tempi di ferro delle dittature, delle ideologie, delle democrazie disposte a tutto pur di non soccombere…Tempi in cui il confine fra eroismo e opportunismo si fa sottile e quello fra bene e male non è sempre certo.

Proprio perché potenzialmente tutti tradiscono tutti, il codice a cui Falcò si ispira è quello solitario di chi fa dell’incertezza la sua unica ragione di vita. E’ un antieroe Falcò, uno che non ha nobili motivi per cui combattere, né una visione del mondo particolarmente elaborata, frutto di riflessioni e di letture: “Hai mai letto Schiller?” “Non so chi diavolo sia…Un musicista?”. Sotto questo aspetto è un teorico dell’esteriorità, un esteta delle sensazioni, e che a produrle sia un caldo corpo femminile o il freddo metallo di un revolver, il piacere è lo stesso. Soprattutto però, ciò che lo rende interessante è proprio il fattore umano, per dirla alla Graham Greene, quel qualcosa che sfugge ai giuramenti politici come alle fedi ideologiche, un’etica del tutto individuale e quindi spiazzante. E’ ciò che impedisce al Falcò di Pérez Reverte di essere un puro e semplice killer a pagamento, così come una figura moralmente ambigua quanto ricattabile. Il dargli come sfondo storico quegli anni Trenta prima ricordati, lo carica inoltre della seduzione di quella che è stata forse l’ultima epoca dove gli stili, le mode e i modi di comportarsi, i luoghi, le frequentazioni e l’educazione ricevuta formassero un’estetica del vivere compiuta e appagata, un’idea di civiltà con cui tenere ancora a bada la barbarie di massa che avrebbe poi finito con il travolgerla. Come per il Talleyrand che rimpiangeva la Francia prima della Rivoluzione, anche in Pérez Reverte c’è il rimpianto di un’Europa mai così affascinante come quando sta per suicidarsi.


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