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PARIGI OCCUPATA...LEGGETE! BELLI I TEMPI IN CUI CI SI SEDEVA AL CAFFE' DEUX MAGOT AL POSTO DELLA SIMONE E JAEN PAUL - Il blog di Luciana Baldrighi

PARIGI OCCUPATA…LEGGETE! BELLI I TEMPI IN CUI CI SI SEDEVA AL CAFFE’ DEUX MAGOT AL POSTO DELLA SIMONE E JAEN PAUL

SARTRE 1images (2)Pensare alla Parigi in cui viveva Jean Paul Sarte e  la Simon de Bouvoir sembra che sia passato un secolo. L’allure, la storia, la cultura, il fermento. Pochi anni fa sono andata al cimitero di Montparnasse  a vedere le loro tombe e ho scoperto anche quelal di J.Morrison. Lascia perplessi, nella presentazione di Parigi occupata (Il Melangolo, a cura di Diana Napoli, pagg 167, 16 euro), la raccolta di alcuni scritti sartriani dell’immediato dopoguerra rimasti sino a oggi inediti per il lettore italiano, la disinvoltura con cui si pattina intorno all’engagement dell’autore di La nausea, sottacendo qualche verità e dando per buoni titoli di merito poi rivelatisi falsi, ovvero accettando senza verifiche ricostruzioni poi rivelatesi di comodo.

Facciamo qualche esempio. Catturato nel giugno del’40, dopo nove mesi in un campo di prigionia Jean-Paul Sartre, scrive Diana Napoli, era riuscito “a evadere nel marzo del 1941”. In realtà, Sartre fu rimpatriato per motivi sanitari, semplicemente. Nel 1943, sempre stando alla curatrice, la rappresentazione teatrale del dramma Le mosche era stata autorizzata dal CNE, Il Comité National des Ecrivains. Si trattava di una scelta in controtendenza rispetto a quella classica di “mantenere il silenzio” fintantoché la Francia era sotto il dominio tedesco, ma, appunto per questo, “condivisa”, con tanto di “sostegno” in tal senso. Solo che Le mosche, terminato all’inizio del 1942, fu presentato alla stampa parigina già nel settembre di quello stesso anno da Charles Dullin, che ne era il regista, con gli attori da tempo alle prese con le prove…Al “silenzio” del resto Sartre era sempre stato refrattario, sia in senso lato sia in senso stretto. Aveva collaborato al periodico Comoedia, che godeva della protezione nazista, aveva ottenuto dalla società cinematografica Pathé un contratto per un anno e fatto ottenere alla sua compagna, Simone de Beauvoir, un posto a RadioVichy della stessa durata, senza per questo abbandonare, né l’uno né l’altra, il loro impegno di professori di SARTE E BOUVOIRdownload (1)liceo e riempito perciò i dovuti formulari in cui si dichiarava di non essere né ebrei né massoni e di essere fedeli alla Francia di Pétain. Anche il teatro, naturalmente, era sottoposto a tutta una serie di censure, accomodamenti, dichiarazioni di fedeltà, nonché brindisi e festeggiamenti dopo le prime alla presenza delle autorità tedesche e, altrettanto naturalmente, Sartre non si era mai sottratto a tali incombenze. Non era il solo, faceva in fondo parte delle regole del gioco e chi era più debole poteva legittimamente dirsi che il rispetto formale delle stesse non impediva il disprezzo per chi le aveva imposte. Ma in seguito, a guerra appena finita, Sartre diede il via a una cosciente rielaborazione di quello che era stato il suo atteggiamento durante l’Occupazione, creando ex novo uno status di intellettuale tanto impegnato quanto militante che era un falso smaccato. Nel 1962, quando firmerà la sua adesione alla Societé des gens de lettres, giungerà persino a scrivere nella sua nota biografica: “Prende una parte attiva alla Resistenza e alle barricate di Parigi”…

Anche il suo rivendicare di aver fondato, subito dopo il suo rientro dalla prigionia, un gruppo clandestino, Socialisme et liberté, rientra nella fabbricazione del resistente della prima ora. La Napoli scrive che il gruppo “si era sciolto dopo pochi mesi di fronte al delinearsi della grandi correnti della Resistenza”, ma più realisticamente, come ricorderanno Maurice Nadeau e Nathalie Serrault che ne fecero parte, “ci furono appena tre o quattro riunioni, si facevano dei lavori scolastici sulla Francia del futuro”, l’obiettivo finale, a detta dello stesso Sartre, consisteva nel “chiarire la natura dello Stato edificato da Vichy”…

Con una di quelle sue tipiche formule ad effetto, Sartre si definirà anche “uno scrittore che resisteva, non un resistente che scriveva…Ma si trattava dello stesso intellettuale che nel presentare la nuova rivista Temps Modernes nel 1945 sosteneva che “lo scrittore  è in situazione nella sua epoca, ogni parola ha la sua ripercussione, così come ogni silenzio. Ritengo Flaubert e Goncourt responsabili della repressione che fece seguito alla Comune perché non hanno scritto una sola riga per impedirla”: Già, solo che questa chiamata di correo avrebbe dovuto valere anche per lui al tempo dell’Occupazione.

Venendo ai testi raccolti in Parigi occupata, varrà ancora la pena di osservare che quello intitolato “A spasso per Parigi: i giorni dell’insurrezione”, con il suo dubbio incipit, “riporto solo quello che ho visto” (in realtà si trattava spesso di un collage di ciò che altri avevano vito al suo posto), viene presentato come un giro per quello che fra Saint-Germain e il Quartiere latino  era “uno dei principali teatri degli scontri di piazza organizzati dai resistenti”. Per la verità, il vero “teatro degli scontri” era intorno alle Tuileries, alla Concorde, alla Etoiles, alla place de la République e nelle zone popolari dove sorgeva la gran parte delle barricate. C’erano in tutta Parigi, come ricorderà Adrien Dansette in La libèration de Paris, pubblicato a tambur battente nel 1946, circa 40 zone di scontro: Sartre non ne descrisse nessuna e le evitò tutte. C’erano circa 450 barricate, sulla riva sinistra della Senna, a ovest, sulla riva destra a nord e a est di Parigi, nei quartieri popolari: erano il frutto della resistenza civile, di chi le montava e di chi le sorvegliava. Sartre non ne descrisse nessuna, né raccontò il popolo che ne era l’artefice.

Se si sfronda la mitologia per cercare di vedere la storia che ne è il fondo vero, viene fuori l’esatto significato di quell’incipit di “La Repubblica del silenzio” che apre il libro e che suona “Non siamo mai stati così liberi come sotto l’occupazione tedesca”… Per il filosofo dell’impegno, troppo impegnato a essere “il leone della sua generazione” per aver tempo d’occuparsi dell’occupante nazista, era senz’altro così.


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