RIPUBBLICAZIONE DEL VOLUME EDITO DA MAROTTA DEL BARONE DEL NINNO

Giusto ricordare la figura dell’amico Giuseppe…alla quale seguira’ un  ricordo della Casa editrice SettecoloriLa ripubblicazione, a quasi mezzo secolo di distanza, di Ecce Alien, di Giuseppe Del Ninno (Inquadrature perfette editore, postfazione di Francesco Marotta, 185 pagine, 18 euro), è qualcosa di più di un omaggio postumo al suo autore (Del Ninno è morto lo scorso anno). Come osserva Claudio Siniscalchi nella sua brillante introduzione, l’oggetto delle analisi raccolte nel libro era la cinematografia intesa da un lato come “specchio” e dall’altro come “sfera di cristallo”, entrambi spazianti fra presente, passato e futuro. Lasciando da parte l’abusata quanto stantia  formula del cinema come “strumento d’evasione” su cui si sono a lungo esercitati e ancora continuano a esercitarsi i cultori del nazionalpopolare a basso costo ed ad ancor  meno tasso di cultura, Siniscalchi, d’intesa con l’autore ,osserva come certi film possano posizionarsi all’avanguardia non tanto per la forma estetica, ma per la capacità che hanno di fissare sullo schermo “profondi mutamenti della sensibilità collettiva, dei sistemi di valori, dei codici di comportamento”.

Sotto questo aspetto sono esemplari tre dei testi raccolti in Ecce Alien : un film italiano, La terrazza (1980) di Ettore Scola; un film europeo, Il matrimonio di Eva Braun (1979), di Rainer Maria Fassbinder; un film americano, Alien (1982), di Ridley Scott, che è anche quello che poi si riflette nel titolo del libro e su cui torneremo più avanti.

Di questi tre, lasciando al lettore il piacere di scoprirli, vale la pena soffermarsi sul primo, perché quelli che erano allora, cioè alla fine degli anni Settanta, gli emblemi di una sconfitta ideologico-generazionale, ce li ritroviamo, cinquant’anni dopo ancora tali e quali, perfettamente conservati, la riprova insomma di un passato che non passa, ovvero di un Paese dall’eterno presente per la sua incapacità di pensare e di volere un futuro. Sulla “terrazza” scoliana si aggiravano il giornalista famoso, “ma incalzato da una redazione di giovani turchi”; lo sceneggiatore di successo, i cui modelli ideali erano Diderot e Wittgenstein, ma che la routine condannava a copioni “che dovevano far ridere”; l’intellettuale televisivo, la televisione pubblica, la tv di Stato,  come esempio di educazione civile, schiacciato dal clientelismo e dalla deriva pubblicitario-corruttiva che l’animava… Sono tutti “ex fusti trasformati in mezzi busti della notorietà mondana” e c’è anche spazio peer il produttore  ignorante o per il cialtronesco regista d’avanguardia, figurine che all’epoca, nella disanima di Scola, erano il segnale di una mutazione antropologica in corso e che al giorno d’oggi fanno parte del panorama contemporaneo, non suscitano alcuna indignazione, ma emulazione e/o invidia e addirittura sono interscambiabili.

L’unica figura mancante in quel presepe dell’orrore intellettuale allestito dal regista è quella del politico, un austero parlamentare comunista, emblema di una senescenza incapace di riconciliarsi con la vita, le passioni, i sentimenti. Qui la mutazione c’è stata, e dobbiamo dire che è stata radicale, ma non nel nome di un’involuzione e/o evoluzione, ma in quello più drastico della sua completa scomparsa. Continuiamo cioè ad avere politici, deputati, senatori, ministri, ma è scomparsa l’idea stessa della politica, di pari passo anche con il venir meno di uno spazio di manovra autonomo e nazionale. Persino l’antipolitica si è dissolta, relegata a una pratica retorica e verbosa che ne copre l’essere a sua volta diventata parte di quel sistema un tempo denunciato come casta.

Nel suo mettere insieme i 50 titoli cinematografici che poi avrebbero composto Ecce Alien, Del Ninno aveva in mente una cosa ben chiara, sulla scorta di un’intuizione di Louis Malle: “Tutti i film sono politici, tranne i film politici”. Questo perché “il cinema riesce a fabbricare miti esemplari in grado di condizionare e modificare i comportamenti di milioni di destinatari del massaggio disseminati sull’intero pianeta”. Sotto questo aspetto, la capacità di cogliere, indicare, scoprire in tutta una serie di film rappresentativi “il mito come fonte di ispirazione e come chiave di lettura, la scelta del ritorno alle origini, del riportare alla luce le proprie radici” era il senso che Del Ninno dava alla recensione cinematografica, non strumento di divertissement del cinefilo in quanto tale, ma cartina di tornasole per “imparare a vedere, per imparare e poi insegnare a pensare”. Ecce Alien, allora, voleva dire proprio questo, “il ritorno del Mito esiliato dalla civile convivenza quale temuto suscitatore di entusiasmi e persino di fanatismi; il Mito quale serbatoio di poiesis, di creatività”, totem atemporale di valori…

In Ecce Alien, così come negli altri libri di argomento cinematografico (A schermo spento, Piombo, sogni e celluloide), la scommessa di Del Ninno è stata quella di cercare “la trama di gusti, aspirazioni, idee, che sta ‘dietro’ ogni creazione, artistica o artigianale che sia”. E’ da un simile approccio, spiega, che dervivano “le egemonie culturali, in un dosaggio indecifrabile e mutevole di pensiero debole e pensiero forte”.

L’arco più che quarantennale che ci separa da quella prima uscita, permette tuttavia una riflessione sul cinema che, con la consueta lucidità, Del Ninno aveva avanzato proprio in quel prima citato A schermo spento, ovvero una decina d’anni fa. Si è passasti cioè da un contesto storico dove erano ancora identificabili “le correnti ‘ereticali’ che attraversavano le ‘famiglie di pensiero’ tradizionali” a un tasso di omologazione, complici internet, i social, la globalizzazione, che ha reso sempre più difficile per il cinema quella capacità di “esercitare un significativo influsso sulle mentalità, sui gusti, sui sogni della gente, insomma, sulla formazione del consenso”. Siamo ormai di fronte a una sorta di “marmellata universale” in cui cinema etnico, laicismo d’accatto, amore malato disegnano i contorni di una civiltà occidentale “disincantata e insicura, dove persino i sentimenti, le attitudini, le figure archetipe sembrano trasformate in profondità. Ci vorrebbe ancora Del Ninno per farci capire se, come aveva fatto in tempo a intuire, “su quelle linee di cambiamento “si potranno ancora spalancare qua e là squarci immemoriali, a riprova dell’esistenza di un substrato immutabile”. Purtroppo, il tempo con lui è stato avaro.


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