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SI VIAGGIARE EVITANDO LE STRADE PIU' DURE ...CANTAVA BATTISTI ..EPPURE IL GRAND TOUR ERA DA TEMPO ALLE SPALLE - Il blog di Luciana Baldrighi

SI VIAGGIARE EVITANDO LE STRADE PIU’ DURE …CANTAVA BATTISTI ..EPPURE IL GRAND TOUR ERA DA TEMPO ALLE SPALLE

Viaggiare auto rossaimages stanca, dice un vecchio detto, ma forse, nonostante sia vero, è piu’ un detto che tocca gli invidiosi che non possono farlo o che non interessa loro farlo. Che belli i tempi del Gran Tour. Sulla soglia del Novecento, il viaggio in Italia divenne per gli scrittori più avvertiti e consapevoli, un viaggio di seconda mano. Vi erano anche architetti, pittori, archeologi divenuti poi di fama mondiale. Non era più possibile l’estetica meraviglia alla Grand tour, né la sua sistematicità, l’uno e l’altra resi ormai  impossibili da un eccesso di memoria e di letteratura, dal raffronto continuo fra passato e presente. Come osserva Attilio Brilli nel suo Gli ultimi viaggiatori (il Mulino, 320 pagine, 18 euro), “la vera, produttiva lettura di un paesaggio” nasce allora proprio “dall’intromissione della memoria visiva fra il viaggiatore e la scena che questi si trova dinanzi. In altre parole, il viaggiatore è veramente in grado di osservare il paesaggio italiano solo se ha saputo fare propri i meccanismi selettivi che gli ha offerto il pittore”. E’, per certi versi, la conferma di quell’aforisma di Oscar Wilde secondo il quale è la natura ad imitare Assisi Basilica altadownloadl’arte e non viceversa, il paesaggio goduto come fosse un pittura, un’espressione plastica. Su queto ci sarebbe da aprire un dibattito…

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Viaggiare stanca, dice un vecchio detto, ma forse, nonostante sia vero, è piu’ un detto che tocca gli non possono farlo o che non interessa loro farlo. Che belli i tempi del Gran Tour. Sulla soglia del Novecento…. Il Casa Malapaet 4imagesViaggio in Italia divenne per gli scrittori più avvertiti e consapevoli, un viaggio di seconda mano. Vi erano anche architetti, pittori, archeologi divenuti poi di fama mondiale. Non era più possibile l’estetica meraviglia alla Grand tour, né la sua sistematicità, l’uno e l’altra resi ormai  impossibili da un eccesso di memoria e di letteratura, dal raffronto continuo fra passato e presente. Come osserva Attilio Brilli nel suo Gli ultimi viaggiatori (il Mulino, 320 pagine, 18 euro), “la vera, produttiva lettura di un paesaggio” nasce allora proprio “dall’intromissione della memoria visiva fra il viaggiatore e la scena che questi si trova dinanzi. In altre parole, il viaggiatore è veramente in grado di osservare il paesaggio italiano solo se ha saputo fare propri i meccanismi selettivi che gli ha offerto il pittore”. E’, per certi versi, la conferma di cio’ arriva anche dalla costruzione del treno per eccelleza per viaggiare, LOrient Express, una locomotiva a vapore con vagoni eleganti orient-express-1carrozze che andava da Parigi o meglio Bruxeles a Istambul e lo ripeto…

 

 

 

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Cè  anche un altro elemento che fa del viaggio nell’Italia novecentesca una novità a petto del passato, è la modernità che intanto ha preso a soffiare fra i suoi archi e le sue colonne, una modernità che già nel 1911 il tedesco Karl Scheffler, nel suo Italien. Tagebuch einer Reise, avverte: “Sembra che città italiane come Padova, nella quale si coglie ancora un vivido riflesso del Medioevo, diventeranno più o meno americanizzate nei prossimi decenni. Ci immaginiamo già il proliferare d industrie e periferie operaie. In Italia questo sviluppo produrrà effetti deleteri a causa del contrasto fra l’antica grazia e la moderna bruttura”.

Scheffler qui si rivela un profeta, ma il suo “grido di dolore” è un qualcosa che quel Novecento appena agli inizi ha ben presente nei suoi spiriti più avvertiti, il cambiamento epocale dove un mondo nuovo prende completamente il posto del vecchio mondo che l’ha preceduto. Proprio per le sue caratteristiche, L’Italia assume così le caratteristiche di ultima Thule da un lato, la terra dove è ancora possibile confrontarsi con il mito, di Italoshima dall’altro, il geniale neologismo con cui Ceronetti introdurrà in Albergo Italia la sua meditazione su il Paese della civiltà classica e dell’arte spazzato via, come l’omofona città giapponese, dal vento di una catastrofe nucleare, il turista che ha soppiantato definitivamente il viaggiatore, le città d’arte come suk e luna park, con i loro centri storici svuotati degli abitanti e consegnati alle banche, ai negozi, ai ristoranti, le sue cento città e i suoi mille paesaggi senza più energia, senza più vita e dove il turismo non è “la presenza di qualcosa, ma la privazione, a pagamento, di tutto”.

In Gli ultimi viaggiatori, scritto con la solita competenza e brillantezza che fa del suo autore il miglior esperto italiano in materia, Brilli si interroga se la bellezza non sia stata in fondo per noi un dono fatale e quanto e se, citando Anna Achmatova, l’Italia possa ancora essere “un sogno che continua a riproporsi per il resto della vita”, l’italianite come cronica malattia, l’Italia come persistente utopia.. Oggi è un disastro..turismo di massa e guerre che impediscono di ammirae ogni bellezza.

Una risposta che è insieme una speranza, gliela dà un libro straordinario, Le voyage , du condottière, di André Suarès, usChateaubrianddownloadcito in tre volumi fra gli anni Dieci e gli anni Trenta e poi, morto il suo autore,  pubblicato come unicum nel dopoguerra e purtroppo da noi mai tradotto. Perché siamo di fronte al libro “più originale e coinvolgente che nel Novecento è stato dedicato all’Italia”? La risposta è LARTIGUEdownloadnell’assunto che fa lo stesso Suarès”: “Il viaggiatore è ancora quello che ancora conta di più nel viaggio. Non si viaggia se non per conquistare o per essere conquistati. Il condottiero sogna sempre di essere conquistato conquistando”. Fra Venezia, Firenze, Siena, Suarès costruisce il suo viaggio-percorso-esplorazione-pellegrinaggio come ”un’opera d’arte, una creazione, come tutto ciò che conta nella vita. Dalla più umile alla più alta, la creazione testimonia il suo creatore. I paesi sono quello che egli è. Variano con chi li percorre. Non c’è vera conoscenza che in un’opera d’arte. La verità degli storici è un infallibile errore. Chi viaggia per provare delle idee non prova altro che di essere senza vita e senza le virtù per suscitarle. Un uomo viaggia per ViaKruppsentire e per vivere”. Sotto quest’ottica, “l’Italia è il Paese che ha sempre vent’anni” e lo si attraversa come se ci si appresti  a una campagna di conquista dove le coordinate spaziali si coniugano a quelle temporali, un viaggio nello spazio e insieme nel tempo che permette al condottiero-viaggiatore “di appartenere a tutte le epoche, perché il colloquio con l’opera d’arte sfugge ai vincoli della singola epoca e si colloca in un tempo fuori del tempo”. Grazie a Suarès, l’immaginazione creatrice salva sempre dal nulla quello che vede e che ama. La sua è un’Italia immaginaria eppure reale.

E poi l’Orient Express, una locomotiva a vapore con pochi vagoni che arrivava da Parigi o da Bruxelles a Instambul, ideata da dei beghi. I francesi tendono ad apprriarsi di tutto persino della storia. Mi piace ricordarvelo……era cosi romantico…romantico e misterioso che Agata Christie scrisse Assassinio sull’Orient Express..dopo uscì il famoso film con Poirot addetto alle indagini, l’investigatore belga e non francese come credevano in tanti…

Robert Byron, il brillante esteta inglese che negli anni Venti attraversa l’Italia dalle Alpi a Brindisi, non fa altro che condensare in sé, scrive ancora Brilli, proprio questo paradosso, ovvero l’amore dei forrestieri per il nostro Paese dovuto all’idea che l’Italia appartenesse a loro “come per diritto di nascita, nello stesso modo in cui le grandi opere d’arte sono patrimonio dell’umanità”. La faccia nascosta di questa ammirazione, che è unica, e che non vale per alcun altro Paese al mondo, consisteva, e in parte ancora consiste, nel dare però per scontato e per eterno quello stato di sudditanza plurisecolaree prima indicato, e quindi l’ablazione degli italiani, realtà spuria, dall’Italia, realtà eterna. In The Italy of Italians, Eric Reginald Pearce racconta proprio questo, gli italiani visti come unico elemento di disturbo in quella magica terra…Sono affermazioni, sottolinea Brilli, “che suonano come il certificato d’autenticità di almeno tre secoli di descrizioni dei viaggiatori stranieri i quali, percorrendo in lungo e largo la penisola, hanno sempre fatto di tutto per rimuovere la presenza degli abitanti”, dando così vita  “a una tradizionale, artefatta visione dell’Italia in cui la vita reale degli abitanti è a tal punto subordinata al primato dell’arte e della bellezza, che appare assolutamente insignificante, artificiosamente indenne dai condizionamenti più o meno drammatici della storia”.

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VIA PALESTRO. A 25 ANNI DALLA STRAGE, MILANO RICORDA. VENERDÌ 27 LUGLIO GIORNATA DI COMMEMORAZIONE AL PAC

 

Milano, 23 luglio 2018 – Era il 27 luglio di venticinque anni fa quando un’autobomba in via Palestro uccise cinque persone e ne ferì molte altre, devastò il Padiglione d’arte contemporanea insieme a tutta la zona circostante, e segnò per sempre un punto di svolta nella storia di Milano.

 

 

La “notte delle bombe”, venne chiamata, perché nelle stesse ore ne vennero fatte esplodere altre due in altrettante chiese di Roma, fortunatamente senza provocare vittime. Per Milano e i milanesi, un attentato consegnato alla storia come la strage di via Palestro.

 

Milano ricorda la sera in cui fu colpita al cuore, il 27 luglio 1993, con una cerimonia che si terrà al Pac, lunga l’intera giornata di venerdì: si inizia alle ore 10 con la deposizione delle corone e, a seguire, l’inaugurazione della mostra fotografica “La mafia uccide solo d’estate. 25 anni dalla strage di via Palestro”, che raccoglie testimonianze inedite – fotografie e ricordi – di chi al Padiglione d’Arte Contemporanea in quegli anni lavorava. Racconti di memorie personali a sostegno della memoria collettiva.

 

 

Si prosegue, dalle ore 10,30, con gli interventi guidati dal titolo “Una strage volta a ricattare lo Stato”: parleranno il sindaco Giuseppe Sala, il presidente del Consiglio comunale Lamberto Bertolè, il direttore regionale dei Vigili del fuoco Dante Pellicano, e Cesare Giuzzi intervisterà Francesco Del Bene, sostituto procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo.

 

 

La commemorazione continuerà in serata, a partire dalle ore 21, con letture, musiche e testimonianze di persone che quella notte rimasero ferite, e con gli interventi del vicesindaco Anna Scavuzzo, dell’assessore alla Cultura Filippo Del Corno e del presidente della Commissione consiliare Antimafia David Gentili.

 

Alle 23,15 il suono della sirena inviterà tutti i presenti ad un momento di raccoglimento, nell’attimo esatto in cui l’auto imbottita di tritolo esplose, esattamente davanti al Pac.

 

Per tutta la giornata di venerdì, fino alle 24, sarà possibile visitare il Pac con ingresso gratuito.

Vi è anche un terzo elemento che fa del viaggio nell’Italia novecentesca una novità a petto del passato, è la modernità che intanto ha preso a soffiare fra i suoi archi e le sue colonne, una modernità che già nel 1911 il tedesco Karl Scheffler, nel suo Italien. Tagebuch einer Reise, avverte: “Sembra che città italiane come Padova, nella quale si coglie ancora un vivido riflesso del Medioevo, diventeranno più o meno americanizzate nei prossimi decenni. Ci immaginiamo già il proliferare d industrie e periferie operaie. In Italia questo sviluppo produrrà effetti deleteri a causa del contrasto fra l’antica grazia e la moderna bruttura”.

Scheffler qui si rivela un profeta, ma il suo “grido di dolore” è un qualcosa che quel Novecento appena agli inizi ha ben presente nei suoi spiriti più avvertiti, il cambiamento epocale dove un mondo nuovo prende completamente il posto del vecchio mondo che l’ha preceduto. Proprio per le sue caratteristiche, L’Italia assume così le caratteristiche di ultima Thule da un lato, la terra dove è ancora possibile confrontarsi con il mito, di Italoshima dall’altro, il geniale neologismo con cui Ceronetti introdurrà in Albergo Italia la sua meditazione su il Paese della civiltà classica e dell’arte spazzato via, come l’omofona città giapponese, dal vento di una catastrofe nucleare, il turista che ha soppiantato definitivamente il viaggiatore, le città d’arte come suk e luna park, con i loro centri storici svuotati degli abitanti e consegnati alle banche, ai negozi, ai ristoranti, le sue cento città e i suoi mille paesaggi senza più energia, senza più vita e dove il turismo non è “la presenza di qualcosa, ma la privazione, a pagamento, di tutto”.

In Gli ultimi viaggiatori, scritto con la solita competenza e brillantezza che fa del suo autore il miglior esperto italiano in materia, Brilli si interroga se la bellezza non sia stata in fondo per noi un dono fatale e quanto e se, citando Anna Achmatova, l’Italia possa ancora essere “un sogno che continua a riproporsi per il resto della vita”, l’italianite come cronica malattia, l’Italia come persistente utopia.. Oggi è un disastro..turismo di massa e guerre che impediscono di ammirae ogni bellezza.

Una risposta che è insieme una speranza, gliela dà un libro straordinario, Le voyage , du condottière, di André Suarès, uscito in tre volumi fra gli anni Dieci e gli anni Trenta e poi, morto il suo autore,  pubblicato come unicum nel dopoguerra e purtroppo da noi mai tradotto. Perché siamo di fronte al libro “più originale e coinvolgente che nel Novecento è stato dedicato all’Italia”? La risposta è nell’assunto che fa lo stesso Suarès”: “Il viaggiatore è ancora quello che ancora conta di più nel viaggio. Non si viaggia se non per conquistare o per essere conquistati. Il condottiero sogna sempre di essere conquistato conquistando”. Fra Venezia, Firenze, Siena, Suarès costruisce il suo viaggio-percorso-esplorazione-pellegrinaggio come ”un’opera d’arte, una creazione, come tutto ciò che conta nella vita. Dalla più umile alla più alta, la creazione testimonia il suo creatore. I paesi sono quello che egli è. Variano con chi li percorre. Non c’è vera conoscenza che in un’opera d’arte. La verità degli storici è un infallibile errore. Chi viaggia per provare delle idee non prova altro che di essere senza vita e senza le virtù per suscitarle. Un uomo viaggia per sentire e per vivere”. Sotto quest’ottica, “l’Italia è il Paese che ha sempre vent’anni” e lo si attraversa come se ci si appresti  a una campagna di conquista dove le coordinate spaziali si coniugano a quelle temporali, un viaggio nello spazio e insieme nel tempo che permette al condottiero-viaggiatore “di appartenere a tutte le epoche, perché il colloquio con l’opera d’arte sfugge ai vincoli della singola epoca e si colloca in un tempo fuori del tempo”. Grazie a Suarès, l’immaginazione creatrice salva sempre dal nulla quello che vede e che ama. La sua è un’Italia immaginaria eppure reale.

E poi l’Orient Express, una locomotiva a vapore con pochi vagoni che arrivava da Parigi o da Bruxelles a Instambul, ideata da dei beghi. I francesi tendono ad apprriarsi di tutto persino della storia.


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