OMAGGIO A MAURIZIO FAGIOLO DELL’ARCO ALLA GALLERAI RUSSO A ROMA

A cura di
Laura Cherubini
con la collaborazione di
Maria Beatrice Mirri  Galleria Russo Via Alibert, 20 00187 Roma

www.galleriarusso.com
+39 06 6789949 – 06 69920692
+39 345 0825223 FINO A LUGLIO

lunedì dalle 16.30 alle 19.30;
dal martedì al sabato dalle 10.00 alle 19.30

Ingresso libero

Catalogo Maretti Editore
con testo critico di
Laura Cherubini
biografia a cura di
Fabio Belloni
e testimonianze di
Cecilia Bernardini, Anna Bulzoni, Silvia Carandini, Angela Cipriani, Ester Coen, Maurizio Di Puolo, Massimo Di Carlo, Michela di Macco, Marcello Fagiolo, Maurizio Fagiolo, Daniela Fonti, Giorgio Griffa, Maria Paola Maino, Beatrice Marconi, Carolina Marconi, Flavia Matitti, Maria Beatrice Mirri, Francesca Romana Morelli, Nunzio, Giulio Paolini, Francesco Petrucci, Valerio Rivosecchi, Ennery Taramelli, Donatella Trombadori

Maurizio Fagiolo dell’Arco (1939-2002) è stato uno dei più geniali protagonisti della scena artistica non solo italiana del dopoguerra, uno studioso che con le sue innovative ricerche ha rivoluzionato e enormemente arricchito il nostro modo di intendere lo sviluppo della storia dell’arte dal ‘600 agli albori del ‘2000. Sull’intelligente anticonformismo che guidava il suo pensiero, sul gusto sicuro e raffinato delle sue scelte collezionistiche si focalizza l’attenzione di Omaggio a Maurizio Fagiolo dell’Arco, la mostra che la Galleria Russo inaugura giovedì 23 giugno nella sede romana di Via Alibert 20. In esposizione circa quaranta opere per lo più provenienti dalla eterogenea collezione dello storico dell’arte selezionate dalla moglie, Maria Beatrice Mirri, insieme a Laura Cherubini, curatrice della rassegna e del volume che ne è corollario, un libro che sarebbe riduttivo definire catalogo essendo composto anche da una corposa raccolta di testimonianze di artisti, studiosi, galleristi che si trovarono a vario titolo coinvolti nel trascinante percorso intellettuale di quel pensatore fuori dagli schemi.

Le opere in mostra e un libro di testimonianze

Circa quaranta le opere esposte, a partire dallo splendido autoritratto firmato nel 1665 da Giovan Battista Gaulli, il Baciccio, uno dei pezzi della collezione di dipinti del ‘600 romano donata dai coniugi Fagiolo al Museo del Barocco di Ariccia. E poi – a testimoniare la vastità degli interessi e delle competenze maturati nel corso della sua carriera dal grande studioso – lavori eseguiti, durante tutto l’arco del ‘900, dagli artisti che furono al centro dei suoi eterogenei studi. Una selezione in cui si intrecciano le voci di Carla Accardi, Getulio Alviani, Giacomo Balla, Alighiero Boetti, Corrado Cagli, Duilio Cambellotti, Giuseppe Capogrossi, Giuseppe Chiari, Guido Crepax, Giorgio de Chirico, Lucio Del Pezzo, Jim Dine, Piero Dorazio, Ferruccio Ferrazzi, Tano Festa, Giorgio Griffa, Mario Mafai, Carlo Maria Mariani, Roberto Melli, Fausto Melotti, Nunzio, Giulio Paolini, Pino Pascali, Fausto Pirandello, Antonietta Raphael, Man Ray, Antonio Sanfilippo, Giulio Aristide Sartorio, Alberto Savinio, Mario Schifano, Carlo Socrate, Armando Spadini, Francesco Trombadori, Giulio Turcato, Andy Warhol, Alberto Ziveri.

Il libro-catalogo che accompagna la mostra pubblica anche una serie di testimonianze su Fagiolo dell’Arco, intenzionale citazione di un suo storico catalogo, quello della mostra torinese su Picabia, a cui il critico aveva impresso l’andamento di un coro di pareri e impressioni sull’artista.

Un talento versatile

Nel 1966 l’Editore Bulzoni pubblica due testi di fondamentale importanza per la storia dell’arte italiana: Rapporto 60. Le arti oggi in Italia, il primo libro pubblicato nel nostro paese sulle esperienze artistiche più innovative del decennio, e Bernini. Una introduzione al Gran Teatro del Barocco, nodale ricerca sul grande protagonista della cultura figurativa barocca.
Apparentementi lontani, i due studi sono in realtà riconducibili allo stesso autore, all’epoca non ancora trentenne, Maurizio Fagiolo dell’Arco, genio eclettico della critica d’arte del ’900 destinato a diventare punto di riferimento per un’intera generazione di studiosi.

La vastità dei suoi interessi fa parte della sua leggenda, come raccontano i più di venti autori coinvolti nella stesura del volume che fa da corollario alla mostra, a partire da Laura Cherubini: “Grandissima figura di storico dell’arte, personalità poliedrica, brillante studioso e creatore di indimenticabili mostre. Il campo dei suoi interessi era molto ampio: spaziava dal Barocco ai Pittori dannunziani, dal Futurismo alla Metafisica, dalla Scuola Romana alla Scuola di piazza del Popolo fino agli artisti più contemporanei”.

La sua straordinaria carriera inizia nel 1963, con la pubblicazione della tesi di laurea su Domenichino seguita da Giulio Carlo Argan, di cui sarà assistente di cattedra alla Sapienza di Roma per tutto il decennio successivo. Già nel 1964, Nello Ponente lo instrada verso la critica militante chiamandolo a scrivere per l’Avanti!. Importante e innovativa la sua pagina Le Arti, con articoli fondamentali per capire le più interessanti tendenze del contemporaneo commentati da disegni appositamente realizzati dagli artisti. Angeli, Ceroli, Schifano, Pascali e altri sconosciuti emergenti che di lì a poco si trasformeranno nelle star dell’arte del decennio sono da subito al centro del suo interesse.
Alla fine degli anni ’60 inizia a occuparsi delle avanguardie di primo Novecento: Balla e i Futuristi, Francis Picabia, Man Ray: in breve tempo diventa il loro studioso di riferimento.
Dal 1979 è Giorgio de Chirico a catturare la sua attenzione. In vent’anni di ricerche l’arte del pictor optimus, sino a quel momento osservata dalla critica solo nella fase Metafisica, viene scandagliata come mai prima di allora.
Studiando de Chirico “inciampa” in un contesto tanto affascinante quanto, all’epoca, negletto, quello dell’arte italiana tra le due guerre, soprattutto di ambiente romano. I suoi studi e le mostre sulla Scuola Romana e il Realismo Magico e segnatamente su autori come Pericle Fazzini, Francesco Trombadori, Riccardo Francalancia, Guglielmo Janni, Scipione, Alberto Ziveri e Antonio Donghi hanno consentito a un’intensa pagina dell’arte del ‘900 di riemergere dall’oblio.
In parallelo ha sempre continuato a occuparsi di arte barocca, con particolare attenzione a Bernini e risultati dal punto di vista scientifico sempre eclatanti.

Riusciva a occuparsi di tutto e di tutto contemporaneamente, un miracolo reso possibile da un oliato metodo di ricerca basato sulla capillare raccolta di documenti originali (“quando si studia un artista sono importanti anche le liste della spesa”) e sulla fitta rete di relazioni allacciate con chi aveva avuto rapporti diretti con gli artisti: eredi, amici, ma anche i collezionisti che ne possedevano le opere e gli operatori che li trattavano sul mercato. Evitare di appoggiarsi su quanto già scritto da altri e andare dritto alle fonti: così Maurizio Fagiolo dell’Arco riusciva a scardinare consolidate visioni viziate dal pregiudizio.

Il pioniere, anticipatore in tutto

Scrive Laura Cherubini nel suo saggio in catalogo: “Maurizio era un grande anticipatore e indagava artisti che erano essi stessi anticipatori”.
Anticipatore lo fu davvero in tutto. Da appassionato di grafica qual era costruiva da solo i menabò delle sue pubblicazioni proponendo soluzioni assolutamente innovative: “Il lavoro di impaginazione grafica che Maurizio proponeva era fuori da ogni canone – scrive Anna Bulzoni, figlia dell’editore di riferimento di Fagiolo – era un lavoro da esteta pignolo e ambizioso”. I suoi libri pieni di immagini inserite all’interno del testo con sensibilità architettonica sono stati dei prototipi che hanno rivoluzionato il settore dell’editoria d’arte.
Non vi era aspetto della creazione, conservazione e comprensione delle opere d’arte che non lo interessasse, colpiva ad esempio la sua aggiornata conoscenza delle moderne teorie del restauro.
La sua attenzione era sempre catalizzata da artisti, linguaggi e temi inesplorati o sottovalutati. I suoi studi sull’Effimero e sulla Festa barocca hanno letteralmente inaugurato un nuovo, fertile settore di ricerca.
“Amava andare contro corrente, parlare di de Chirico e Savinio, che quando se ne è occupato lui – a parte qualche strenuo snob – non erano personaggi molto amati….In un libro rimasto mitico, Rapporto 60, con cui vince un premio per la giovane critica, quelli che addita come maestri, Burri, Capogrossi informale, Vedova, Colla, suscitano ancora nei più moltissime diffidenze e i giovani poi, Rotella, Manzoni, gli artisti della pop romana, Pistoletto, Dorazio, Alviani, sono praticamente esordienti. Non sbaglia un colpo….È fra i primi ad occuparsi di Picabia .. e a portare nel 1975 a Roma Man Ray; anche fisicamente” (Daniela Fonti).
Man Ray non fu d’altronde l’unico fotografo del ‘900 ad attirare la sua attenzione, tutti i suoi contributi sulla fotografia del secolo si segnalano per originalità e novità di impostazione.

Il suo lascito:
mostre indimenticabili, libri fondamentali,
l’Archivio della Scuola Romana, il Museo del Barocco Romano

Tra i suoi libri fondamentali abbiamo già citato Rapporto 60. Le arti oggi in Italia (1966) e il coevo Bernini. Una introduzione al Gran Teatro del Barocco scritto a quattro mani col fratello Marcello. Nodale è però tutta la sua produzione critica sul Barocco, a partire dal sorprendente L’Effimero barocco, firmato con Silvia Carandini e uscito nel 1977/78. Impossibile prescindere dai suoi scritti su Giorgio de Chirico e dal memorabile “Scuola Romana. Pittura e scultura a Roma dal 1919 al 1943” (De Luca Editore 1986) incunabolo e bibbia degli studi sull’argomento denominato scherzosamente dagli operatori Il Fagiolone.
Molto importante Classicismo pittorico. Metafisica, Valori Plastici, Realismo Magico e “900”, pubblicato nel 1991 per Costa & Nolan su richiesta di Germano Celant che dirigeva la collana.

Chi ha avuto la fortuna di visitare le sue mostre le definisce spesso indimenticabili. Indimenticabili Francis Picabia. Mezzo secolo di avanguardia (Torino, Gall Civica d’Arte Moderna 1974/1975) e Man Ray. L’occhio e il suo doppio, quest’ultima con il caleidoscopico allestimento curato da Maurizio Di Puolo che trasforma il Palazzo delle Esposizioni di Roma in una gigantesca macchina fotografica, con un raggio che fuoriesce dall’edificio e si scompone nello spettro cromatico e la parete di fondo specchiante in modo da riflettere e raddoppiare l’intera mostra. E, soprattutto, con Man Ray presente di persona e de Chirico e tutta la Roma che conta a omaggiarlo. E poi, negli anni ’80, le importantissime esposizioni curate per la Galleria dello Scudo di Verona: quella dedicata alla produzione di de Chirico negli anni venti, quella sugli straordinari e dimenticati artisti del Realismo magico e poi ancora de Chirico, con le sue opere degli anni trenta. Progetti che riportano alla luce capolavori ritenuti scomparsi e che aprono il varco a nuove, inedite letture dell’arte italiana del ‘900. Anche i progetti dell’ultima fase della sua carriera – mostre come Roma 1948-1959. Arte, cronaca e cultura dal neorealismo alla dolce vita, curata nel 2002 con Claudia Terenzi – appaiono il prototipo di tante rassegne attuali per l’impostazione multidisciplinare e l’originalità della scrittura curatoriale.

Né vanno dimenticati come suo vitalissimo lascito l’Archivio della Scuola Romana, fondato con Netta Vespignani, e il Museo del Barocco romano nel Palazzo Chigi di Ariccia, destinatario della donazione della sua collezione di dipinti del ‘600 romano.

Le sedi della sua attività:
officine creative per una generazione di studiosi

Lo studio del quartiere Flaminio prima, poi quello di Via Urbana in seguito sostituito dalla bellissima sede ricavata all’interno di Palazzo Rondanini, poi l’arrivo a via del Babuino: tutti gli studi allestiti da Maurizio Fagiolo dell’Arco nel corso della sua carriera sono ricordati dai suoi amici e collaboratori come vere e proprie officine della cultura, punti di incontro multidisciplinari in cui si realizzavano progetti epocali, insostituibili centri di formazione. “Oggi in tanti lo piangiamo ancora – scrive Daniela Fonti – ma la cosiddetta comunità degli studiosi lo ha messo nel cassetto dei ricordi con troppa leggerezza (e presunzione).
Un motivo in più per apprezzare l’omaggio che oggi gli rende la Galleria Russo.


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